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Progetti di bioarchitettura, tecnologie e materiali per l’architettura sostenibile, risparmio energetico, eco design e novità sulle energie rinnovabili.

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    Il complesso residenziale Prince Street 29-35, firmato dallo studio australiano Angelo Candalepas and Associates, si affaccia sulla splendida baia turistica Bate Bay a Cronulla, la penisola a circa 15 chilometri dall’aeroporto di Sidney, lambita dal mare di Tasmania. 

    AUSTRALIA: LA CASA ROTANTE CHE SEGUE IL SOLE

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    LA FILOSOFIA PROGETTUALE

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    L’approccio progettuale dell’architetto Candalepas è fondamentalmente plastico e ce lo spiega così:

    "When I look at the original sketches, this time in the form of models, this work can now be understood by me to mean precisely that which was originally foreshadowed through observations from the outset. The initial sketch in model-form enables us to look back from the now known experience of the building and see with clarity that those early intentions were the correct ones."

    "Quando guardo le bozze originali, ora in forma di plastici, questo lavoro finalmente significa per me esattamente ciò che in origine era solo una premonizione emanante dalle osservazioni dell’inizio dei lavori. La bozza iniziale, in forma di plastico, consente di guardare retrospettivamente dall’esperienza dell’edificio -ora nota- e vedere chiaramente che le intenzioni, dei primi stadi, erano quelle giuste."

    IL PROGETTO DI PRINCE STREET 29-35

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    L’edificio, costruito nel 2012, si affaccia sulla strada del lungomare con proporzioni calibrate alla scala dell’intorno, mentre le sue forme rievocano il dinamismo delle forze naturali che hanno plasmato il luogo: un complesso di dune primarie formate dall’azione impetuosa, del vento e del mare, sui candidi granelli di sabbia, i quali si accumulano in prossimità del primo ostacolo naturale intercettato lungo la costa. Nella fase iniziale della loro genesi le dune sono prive di vegetazione, quindi molto instabili, e per questo vengono chiamate primarie. Così come ci racconta Candalepas, l’edificio è stato concepito per riflettere la dinamica naturale che ha edificato il luogo. Per gli studiosi del paesaggio naturale risulterà chiara l’evoluzione dinamica della duna primaria, la quale, con il trascorrere del tempo, giunge alla fase terziaria di stabilizzazione passando per la fase secondaria, caratterizzata dall’insorgere della vita, ovvero delle cosiddette macchie di  brughiere e di arbusti. La forza plasmante del vento dominante, dunque è il Genius Loci del processo progettuale, simile a quello di selezione darwiniana, secondo cui sopravvivono gli organismi più resistenti, in definitiva perfetti per il contesto. 

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    L'orizzontalità appare come l’elemento ordinatore e connotante del progetto in tutta la sua purezza formale e materica. L’attacco a terra è articolato in quelli che egli ha definito "istmi", che ci ricordano la geometria della penisola di Cronulla; essi assumono la funzione di foyer d'ingresso per quattro unità abitative e per ognuno dei tre livelli fuori terra. Sono spazi che per la loro conformazione captano l’odore del mare e il rumore del vicinato regalando una sensazione particolarmente vitale.

    Le istanze di funzionalità della vita quotidiana sono affrontate in maniera semplice: un lungo soggiorno è pensato come il “polmone” dell’unità abitativa in quanto consente all'aria di fluire direttamente, da est a ovest, grazie ad una ventilazione passiva che, sfruttando la brezza marina, trapassa l’edificio da fronte a fronte. Accanto alla zona giorno, vi sono due camere da letto e una stanza di servizio. In altri termini, la disposizione strutturale consente di allestire gli spazi in modo flessibile.

    Secondo l’idea del progettista l’edificio è stato concepito per poter essere ripetuto per tutta la lunghezza di Prince Street, la strada da cui è diviso dalla spiaggia. Da entrambi i fronti l’edificio presenta una composizione armoniosa e diafana, una successione di linee verticali e orizzontali. Il tema “di che cosa è costituito l’edificio” secondo Candalepas può essere così riassunto: pochi materiali costruttivi scelti dal campionario locale, in base alle migliori caratteristiche di durabilità, come ad esempio il legno, il cemento e il vetro che portano nel loro DNA la sabbia. 

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    Il design passivo dell’edificio tiene conto della fruibilità degli spazi esterni, in una varietà di modi, per garantire il comfort degli abitanti durante le condizioni atmosferiche prevalenti, venti caldi dal nord e freddi dal sud. Pertanto, tutti gli appartamenti sono dotati sia di un ampio balcone esposto a sud-est con vista sul mare e sia di una loggia vetrata -una sorta di bow-window- esposta a nord-ovest.

    Le finiture esterne dell'edificio sono state studiate per resistere agli agenti atmosferici, particolarmente duri lungo la prima linea costiera. Il risultato ricercato è stato ottenuto con un elevato livello di finitura materiale del getto di cemento armato, del legno degli schermi solari e dell’ottone. Le patine superficiali dovute all’invecchiamento, secondo Candalepas, conferiscono ai materiali scelti un cromatismo unico e naturale.

    La struttura dell’edificio, realizzata in candido cemento armato gettato in opera, ha una elevata massa termica per soddisfare i requisiti di comfort passivo durante tutto l’anno. D’inverno trattiene il calore, mentre d’estate consente un importante sfasamento dell’onda termica. Secondo i progettisti australiani il calcestruzzo ecologico è un materiale che presenta due grandi vantaggi ambientali: ingloba una forte componente di cenere volatile degli scarti industriali (poiché le specifiche tecniche nazionali lo consentono, come in EU, n.d.t.) e in fine aumenta la durabilità e la resistenza del materiale stesso. Le ampie vetrate motorizzate in tutte le facciate, si combinano con schermature solari in legno per conferire un eccellente comfort passivo termico e visivo in tutte le stanze grazie ad una ventilazione trasversale e ad una buona illuminazione naturale.

    Caratterizzano una facciata mutevole e, nel contempo, funzionale al comfort dei residenti gli schermi solari motorizzati, in scintillante ottone lucido che rievocano il riflesso della luce del sole sulle creste delle onde che lambiscono la spiaggia costiera. Gli schermi sono stati studiati per assolvere alla doppia funzione: smorzare l’intenso sole australiano e l’impetuoso vento che soffia dall’oceano.

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    SCHEDA RIASSUNTIVA DEL PROGETTO

    Nome del progetto:          29-35 Prince Street
    Area del lotto:                  2.398 m2
    Area occupata:                33% 
    Numero di appartamenti:12
    Construction cost/m2:      5.000 AUD (3.500 EUR).
    Data termine lavori:          novembre 2012.
    Tipologia:                         residenziale.
    Durata lavori:                   6 mesi la progettazione  e 12 mesi la costruzione.
    Architetto:                        Angelo Candalepas.
    Studio:                             Candalepas Associates  

    Premi conferiti al progetto nel 2013:                                 
    National Architecture Award for Residential Architecture by the Australian Institute of Architects.
    Austral Bricks Award for Excelence by the Urban Development Institute of Australia.
    Aaron Bolot Award for Residential Architecture by the Australian Institute of Architects .

    Consulenti esterni:   
    Strutture: Taylor Thompson Whitting.
    Costruzioni: Kane Constructions.
    Paesaggismo: Botanica.
    Architettura d’interni: Archer & Wright.
    Impianti elettromeccanici: Jones Nicholson.
    Impianti idraulici: Whipps Wood Consulting.
    Fotografo: Brett Boardman


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    L’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr ha pubblicato il “Rapporto periodico sul rischio posto alla popolazione italiana da frane e inondazioni” nel quale viene evidenziata la, ormai nota a tutti, drammatica situazione italiana in merito ai danni da alluvione e inondazione, arginabile con un'attenta progettazione di superfici permeabili.

    PIOGGIA IN CITTÀ: I GIARDINI CHE RACCOLGONO L'ACQUA PIOVANA

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    Nel 2014, citando il rapporto, "si sono avuti, a causa di frane e inondazioni, 33 morti e 46 feriti, e oltre 10 mila persone hanno dovuto abbandonare temporaneamente le loro abitazioni. Gli eventi che hanno causato morti, feriti, sfollati e senzatetto hanno colpito 220 Comuni in 19 delle venti regioni italiane". Il triste primato è della Regione Liguria, prima per danni e feriti mentre il primato delle vittime spetta al Veneto durante la piena del fiume Lierza.

    A fronte di un oggettivo aumento degli eventi meteorologici intensi e di breve durata, le cosiddette “bombe d’acqua” tanto nominate nei telegiornali, nulla, nel modo di intervenire sul territorio è cambiato.

    COSTRUIRE "PERMEABILE"

    Se è vero, almeno in parte, che non possiamo modificare le precipitazioni che investono il territorio italiano, è vero però che possiamo modificare il deflusso, il contenimento, il corso delle acque una volta precipitate al suolo in grande quantità. 

    Il problema della “gestione” delle ingenti quantità di acqua cadute in breve tempo al suolo è suddivisibile in alcune tematiche principali:

    • Deflusso delle acque meteoriche; 
    • Recupero ed utilizzo delle acque meteoriche;
    • Infiltrazione delle acque meteoriche;
    • Immissione delle acque meteoriche in acque superficiali.

    Tra questi, i problemi che possiamo affrontare dal punto di vista progettuale, sono soprattutto due: il deflusso e l'infiltrazione delle acque meteoriche. 

    Primo fra tutti è il problema del deflusso delle acque meteoriche. È necessario contenere il più possibile la quantità di acqua che, una volta precipitata dopo un violento evento temporalesco, deve immettersi nel sistema fognario urbano. Le canalizzazioni non sono dimensionate per portate di acqua eccezionali, tipiche di eventi violenti, quindi più acqua riusciamo a intercettare prima del sistema fognario e minore sarà il rischio di danni. Accorgimenti utili e necessari a contenere il deflusso delle acque sono lo sfruttamento di ogni superficie residenziale, ma soprattutto delle grandi superfici commerciali e del terziario, come superficie permeabile. Grandi parcheggi di centri commerciali, piazzali aziendali, coperture di capannoni, aree completamente asfaltate, cortili, piste ciclabili o pedonali che devono essere riprogettate e riconvertite in aree drenanti. I sistemi per poterlo fare ci sono tutti: pavimentazioni a verde, sterrati, calcestruzzi drenanti, pavimentazioni a verde stabilizzato.

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    La seconda tematica affrontabile dai progettisti di spazi urbani è l’infiltrazione delle acque meteoriche. Dalle linee guida della Provincia di Bolzano in merito alla gestione delle acque meteoriche leggiamo la classificazione esatta dei sistemi di infiltrazione: “Si distingue tra impianti d'infiltrazione superficiale e impianti sotterranei d'infiltrazione. L'infiltrazione superficiale avviene tramite immissione superficiale delle acque meteoriche in superfici piane, in fossi o in bacini. In questi casi di regola l'infiltrazione avviene attraverso uno strato superficiale di terreno organico rinverdito che assicura una buona depurazione delle acque meteoriche. Nei sistemi sotterranei d'infiltrazione l'acqua meteorica viene immessa in trincee d'infiltrazione o in pozzi perdenti. Questi sistemi hanno il vantaggio di avere un minore fabbisogno di superficie filtrante, però si perdono quasi tutti gli effetti depurativi perché non viene attraversato lo strato superficiale del terreno.”

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    Al progettista e al pianificatore urbano non resta che adottare un metodo utile per favorire l’infiltrazione dell’acqua in breve tempo.

    Possono essere utilizzati spazi verdi a fianco di strade, piste ciclabili, interni di rotatorie o svincoli, aiuole spartitraffico per realizzare dei fossi rinverditi ovvero degli avvallamenti di poco più di 30cm a verde dove l’acqua di un violento evento meteorico può essere raccolta e poi filtrata dal terreno.

    Se si hanno a disposizione aree più estese come giardini o parchi pubblici si possono prevedere bacini d’infiltrazione più profondi, sempre a verde, ovvero delle aree progettate appositamente più basse del livello del terreno circostante in modo che, in caso di necessità possano essere allagate. L’acqua qui raccolta poi nel giro di qualche giorno viene drenata dal terreno invece di riversarsi in strade e piazze e essere rigettata dai tombini come siamo abituati a vedere.

    Costruire "permeabile" significa quindi progettare il territorio in modo che sia in grado di affrontare l’emergenza idrica violenta ed improvvisa, predisporre aree cosiddette allagabili, convertire le ampie superfici in aree permeabili, realizzare fossi ai lati di strade o percorsi ciclo pedonali, studiare nei dettagli ogni possibile elemento urbano che possa fungere da raccoglitore d’acqua temporaneo al fine di evitare che l’acqua entri in grande quantità nel sistema idrico e provochi i danni che tutti purtroppo ben conosciamo.


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    Nella famosissima Valle dei Templi ad Agrigento - Sicilia - da alcuni mesi è possibile passeggiare tra l'area del tempio di Zeus e l'area del tempio di Eracle senza soluzione di continuità. Le due zone archeologiche erano, infatti, separate dalla Strada Statale 118 e il percorso di visita risultava frazionato. La realizzazione della passerella pedonale, progettata dallo studio Cottone+Indelicato Architects in collaborazione con Joan Puigcorbe, ABGroup Ingegneria e Sofia Montalbano, permette la fruizione del parco rimarginando la ferita causata dalla costruzione della strada.

    ARCHEOLOGIA E ARCHITETTURA: IL VINCITORE DEL PREMIO DOMUS RESTAURO 2014

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    IL PROGETTO DELLA PASSERELLA NELLA VALLE DEI TEMPLI

    Semplicità e integrazione nel contesto sono le peculiarità della passerella. Il manufatto, secondo gli intenti dei progettisti, si pone come ricostruzione ideale delle antiche mura della città greca che erano state interrotte dalla strada moderna. Il cavalcavia pedonale è costituito da un elemento lineare a sezione alveolare rastremato alle estremità, protetto su entrambi i lati da un ringhiera realizzata con elementi verticali di altezze differenti e posizionati a distanze variabili secondo un modulo ben preciso.

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    Il materiale prescelto è stato l'acciaio corten sia per le sue qualità di resistenza meccanica, sia  per la sua capacità di mutare colore nel tempo. Infatti la patina che si crea sulla sua superficie varia dalle tonalità del bruno scuro e quelle della terra. In questo modo l'invecchiamento della passerella non diviene un degrado, ma un valore aggiunto integrandosi maggiormente nel contesto.

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    Il cantiere è stato gestito in modo da essere veloce per non interrompere il collegamento stradale di vitale importanza per il traffico veicolare, e soprattutto poco invasivo per limitare gli scavi e i rinterri. La passerella, prefabbricata e montata in loco, è stata ancorata ad un sistema di appoggio in elastometro armato che ha permesso di evitare la realizzazione degli scavi necessari solitamente per la realizzazione del tradizionale sistema di fondazione.

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    Ingegneri ed architetti italiani in un workshop a Roma per conoscere e sperimentare esempi di strutture geodetiche e reciproche, dalla teoria alla pratica.

    Si è svolto il 9 ed il 10 maggio il workshop “Il tetto reciproco”, una delle tante occasioni per approfondire, progettare e realizzare in modo concreto, messe a disposizione dallo studio Beyond Architecture Group (BAG), specializzato nell’ambito dell’architettura sostenibile. Il workshop è stato pensato ed organizzato dallo studio BAG e da Kalipè, che ha messo a disposizione il suo nuovo laboratorio permanente di sperimentazione e condivisione di esperienze professionali, tecniche e pratiche artistiche.

    I TETTI A SELLA IN BAMBÙ E PAGLIA DELLE TONGKONAN

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    Docente d’eccezione è stato Biagio di Carlo, architetto famoso a livello internazionale per i suoi studi sui poliedri e sulle strutture geodetiche e reciproche. Biagio tiene conferenze ed è invitato ad eventi che si svolgono in tutto il mondo, oltre a scrivere per numerose riviste nazionali ed internazionali. Nel 2003 la rivista “Bioarchitettura” (n. 34, nov-dic 2003) ha pubblicato infatti il suo articolo “Strutture reciproche”, il primo articolo italiano a trattare tale argomento.

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    Un’occasione unica di approfondimento e sviluppo tecnologico di alto profilo professionale che Architettura Ecosostenibile ha voluto sostenere anche con la sua partecipazione diretta, per raccontarlo ai suoi lettori.

    Nodo reciproco: dalla teoria alla pratica

    Il 9 Maggio, primo giorno del workshop, l’architetto Biagio di Carlo ha tenuto una lezione sui poliedri ed in particolare sui 5 solidi platonici: tetraedro, ottaedro, icosaedro, cubo e dodecaedro. I primi tre poliedri, spiega Biagio, essendo interamente triangolati, sono stabili e indeformabili, mentre, il cubo e il dodecaedro possono essere stabilizzati ricorrendo alla triangolazione delle facce instabili.

    Attraverso questo semplice, ma in realtà complesso concetto, Biagio ha introdotto i corsisti nel mondo dei solidi archimedei e catalani, per giungere ai poliedri più complessi ed infine ai poliedri sviluppati nello spazio tridimensionale e verso lo spazio in 4 dimensioni.

    La stretta connessione tra i poliedri e le “strutture reciproche” passa attraverso lo studio della struttura della materia; in particolare l’analisi dell’organizzazione delle connessioni e delle disposizioni delle cellule organiche, la cui architettura, incentrata sull’auto-generazione di elementi simili e continui, ha da sempre affascinato i più innovativi progettisti del secolo scorso da Richard Buckminster Fuller (inventore, architetto, designer, filosofo e scrittore statunitense) a Pier Luigi Nervi.

    Biagio ha infatti studiato per anni le teorie ed i progetti di Richard Buckminster Fuller il quale è stato il primo progettista a sviluppare il concetto di cupola geodetica, brevettata nel 1954 ed applicata poi dal governo americano per la costruzione di cupole per le installazioni dell'esercito.

    Le strutture spaziali reciproche, già indagate da Leonardo da Vinci, sono strutture realizzate con elementi che si sostengono, per l’appunto, reciprocamente, mediante vincoli di semplice appoggio. Tali strutture sono adatte alla progettazione di coperture con grandi luci ed a strutture temporanee, poiché sono composte da nodi che possono essere facilmente smontati e ricomposti, riformulando gli spazi anche a diverse altezze.

    caption: Ecovillaggio GAIA, Navarro, Buenos Aires, Argentina 2006

    caption: La Maloka, presso Re-green, Grecia

    Durante il workshop, sulla base della lezione di teoria, è stato possibile per i corsisti sperimentare esempi di strutture in scala, mediante l’utilizzo del nodo reciproco, per comprenderne le potenzialità e le regole spaziali.

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    Preparazione e realizzazione tetto reciproco

    La struttura del tetto reciproco realizzata è composta da due poligoni, uno interno ed uno esterno, di 8 lati ognuno. Il poligono interno, quello creato dal nodo reciproco e che costituisce l’occhio centrale, è caratterizzato dall’intersezione delle travi.

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    Il poligono esterno, con numero di lati pari a quello interno, è definito dalle parti finali delle travi stesse, da cui partono gli elementi di collegamento con la struttura verticale.

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    La seconda giornata ha visto i corsisti cimentarsi nella preparazione e lavorazione degli elementi utili alla realizzazione del tetto reciproco. Questo lavoro, prettamente di artigianato, che ha molto a che vedere con il concetto di autocostruzione, è stato seguito direttamente da uno dei responsabili del laboratorio Kalipè, l’arch. Giulio Mattioli.  

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    Ultimata la preparazione degli elementi, attraverso un modello di studio in scala, realizzato seguendo specifici requisiti architettonici caratteristici di questo tipo di costruzioni, è stato possibile riprodurre ed “alzare”, il tetto reciproco.

    La realizzazione del tetto reciproco è stata seguita, in tutte le sue fasi, dall’arch. Giulio Mattioli e dall’arch. Paolo Robazza.

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    Conclusioni e prossimi appuntamenti

    Esperienze di questo tipo costituiscono senz’altro un valore aggiunto alla sfera dei corsi e delle esperienze professionalizzanti in campo architettonico, ingegneristico e progettuale del panorama italiano, anche perché occasioni di scambio culturale con professionisti, studenti e studiosi stranieri, che si recano appositamente in Italia per partecipare ai workshop sperimentali organizzati da Beyond Architecture Group (BAG).

    Di seguito vi segnaliamo le due prossime esperienze proposte:

    • La tecnica in balle di paglia portanti, che si svolgerà dall’11 al 14 giugno 2015 presso il Villaggio Eva, uno dei progetti più importanti di BAG. Si tratta di un ecovillaggio autocostruito, realizzato dopo il terremoto dell’Aquila, a Pescomaggiore, con la tecnica delle balle di paglia. 
    • Terra, legno, sughero e surf, che si svolgerà dal 3 al 9 agosto 2015 presso Santo Isidoro (Portogallo). Il workshop si svolgerà all’interno del cantiere di uno dei progetti più importanti dello studio italo-portoghese Paratelier. Durante il workshop ci sarà l’occasione per sperimentare con la terra compressa, il legno, gli incastri ed il sughero pressato. Durante il workshop sono previste delle visite in laboratori artigianali locali.

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    Che siano spettacolari oppure leggere, quasi invisibili, che siano in legno, in acciaio o vetro, a sbalzo o meno, le scale hanno affascinato architetti di ogni epoca

    Questo elemento architettonico riveste un ruolo fondamentale nella progettazione di ambienti su più livelli, non solo come indispensabile elemento funzionale di connessione verticale tra i piani, ma anche per la capacità che ha di migliorare, impreziosire e a volte anche stravolgere l’aspetto degli ambienti. 

    Ci sono edifici di cui le scale sono il fulcro, come l’hotel Les Haras di Strasburgo, dove una scala centrale in listelli di legno è il cuore della ristrutturazione del vecchio edificio settecentesco, progettata dallo studio di Parigi Jouin Manku. 

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    Esistono anche case in cui alla scala è data un’importanza tale, da definire tutti gli spazi e modellare letteralmente gli ambienti. È il caso della Stair House (casa-scala), non a caso chiamata proprio così dagli architetti dello studio olandese Onyx, che hanno pensato di sfalsare i piani di soli 75 cm l’uno dall’altro, per evitare parapetti di sicurezza. 

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    I COMPONENTI DELLE SCALE

    Le scale sono composte da una serie di elementi quali: 

    La struttura portante - è la struttura che sorregge la scala. Storicamente realizzata in muratura portante, attualmente è in calcestruzzo armato, legno oppure acciaio. 

    La rampa - la struttura inclinata che collega i due pianerottoli a livelli diversi. La superficie inferiore della rampa, se presente, è detta intradosso;

    I gradini - i gradini, elementi che costituiscono la rampa. Esistono scale con gradini portanti (solitamente a sbalzo da una trave a ginocchio, un muro o un pilastro) ed altre con gradini portati (generalmente accoppiati a solette rampanti). I gradini sono a loro volta costituiti da alzata e pedata. Per dimensionare i gradini di una scala interna, si utilizza la formula di Blondel per cui la somma del doppio dell'alzata e la pedata è compresa tra i 62 e i 64 centimetri. Questo determina una pendenza, per le scale interne, solitamente compresa tra i 20 ed i 45 gradi, caratteristica che le differenzia dalle scale a pioli (con una pendenza superiore ai 77 gradi), dalle scale tecniche (con pendenza compresa tra i 50 ed i 77 gradi) e dalle cordonate, con una pendenza solitamente compresa tra i 7 ed i 15 gradi. La scala più diffusa ha una pedata di 30 cm (consigliata per scale comode e sicure) ed un'alzata di 17 cm per una pendenza pari a 29 gradi. 

    In immagine uno schema dei tipi di scale in funzione della pendenza

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    I pianerottoli - sono gli spazi alle estremità delle rampe. Ce ne sono di intermedi, quando interrompono le rampe, e di arrivo, quando le rampe terminano in essi. 

    Il parapetto ed il corrimano - sono gli elementi che aiutano durante la salita e proteggono dalla caduta. 

    A partire da questi elementi di base ci si può sbizzarrire in una serie di combinazioni e varianti.

    LE SCALE NOVALINEA

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    Novalinea, produttore specializzato sin dal 1979 in scale in legno e leader in Italia per le scale su misura, propone oggi scale anche in acciaio e vetro.

    Nella collezione Futura rientrano alcune scale a sbalzo, vincolate da un solo lato, di grande effetto, leggere, quasi fluttuanti, gradini in legno (faggio, rovere, larice o su richiesta altre essenze) ed alzata sia aperta che chiusa. In foto, una versione in rovere naturale, quella elicoidale e una con alzate chiuse in rovere spazzolato. 

    caption: una versione in teak, quella elicoidale in rovere tinta campione e una con alzate chiuse in rovere decapato.

    Per la collezione Laser (cosciali in acciaio), la compagnia, che applica rigide politiche produttive di rispetto dell’ambiente, prevede scale che combinano diversi materiali per un risultato elegante e moderno. Laser Executive, che rientra in questa collezione, presenta bellissimi gradini in vetro ed un look ultra moderno. Per un effetto più caldo ed accogliente, propone Laser Decò con gradini chiusi in legno (nella foto di apertura dell’articolo) e Laser Wing, con inserti in pelle. Elegantissima. 

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    Tutte le vernici utilizzate per gli elementi in legno, estratte da boschi cedui sottoposti a rimboschimento, sono atossiche, all’acqua


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    La popolazione mondiale sta rapidamente invecchiando (le stime indicano una crescita del 300% entro il 2050), in futuro il cibo potrebbe scarseggiare e la sicurezza alimentare essere messa a rischio. Questi tre problemi, che riguardano molti paesi asiatici, hanno ispirato lo Studio SPARK a presentare un concept di progetto per la città di Singapore che offre alloggi per gli anziani in un luogo stimolante e immerso nel verde, destinato all’agricoltura urbana.

    URBAN FARMING. LA NUOVA RIVOLUZIONE CINESE

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    Non più tristi case di riposo ma una vera e propria fattoria urbana, la Home Farm, alloggi ad alta densità abitativa integrati a sistemi di coltivazione verticale idroponica e tetti-giardino, che permette ai residenti di avere un’opportunità di lavoro dopo la pensione, collaborando alla crescita della comunità attraverso la coltivazione di orti urbani.

    “Abbiamo lavorato a questo concept per la città di Singapore - spiega Stephen Pimbley di SPARK - ma il progetto è replicabile e applicabile in qualunque località che possa sostenere la crescita di vegetali a foglia verde sulle facciate e sui tetti degli edifici. Ci auguriamo che questo progetto si concretizzi in futuro: si tratta di una soluzione a problemi reali e urgenti che molte delle città in crescita nel mondo devono affrontare”.

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    Il sistema idroponico è adattato per i giardini pensili, i terrazzamenti, i tetti e le facciate verdi verticali; qui il lavoro degli anziani si svolge sotto la guida di agricoltori professionisti e include tutta la filiera produttiva, dalla semina alla vendita in loco dei prodotti, garantendo sicurezza finanziaria e assistenza sanitaria ai pensionati.

    L’edificio utilizza materiali semplici ed elementi modulari, è pensato per essere energeticamente efficiente e sostenibile, con un impianto per la raccolta dell’acqua piovana e il recupero delle acque grigie, un sistema di produzione di energia dai rifiuti e pannelli fotovoltaici.

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    Il progetto offre numerosi vantaggi: oltre a garantire uno stile di vita salutare, promuove la sicurezza alimentare e contribuisce alla sostenibilità urbana e ambientale, all’impegno sociale ed economico.

    Lo scopo dei progettisti è di trasmettere un forte messaggio sociale e di aprire un tavolo di discussione e confronto sulle potenzialità create dall’unione di due mondi separati, il sostegno di una società che invecchia rapidamente e il miglioramento della sicurezza alimentare.

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    Sul versante Nord dell'Etna a Castiglione di Sicilia in provincia di Catania su di un altopiano posto a 870 metri sul livello del mare, alcune "casedde", tipiche costruzioni rurali della zona abbandonate da tempo e in parte crollate, sono state recuperate e trasformate in cantina enologica. I progettisti Santi Albanese e Gaetano Gulino del Gruppo VID'A hanno operato rispettando il contesto dominato da un lato dal vulcano e dall'altro dai monti Nebrodi e Peloritani senza modificare le volumetrie e soprattutto utilizzando materiali tradizionali.

    UNA CANTINA A IMPATTO ZERO GRAZIE AI BIOMATTONI

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    IL PROGETTO DELLA CANTINA

    Il complesso è costituito da tre fabbricati disposti a "L" sulla porzione di terreno pianeggiante che si affaccia verso la valle del fiume Alcantara in modo da formare una corte con al centro una cisterna. Tutt'intorno la vegetazione invade ordinatamente il pendio della montagna: filari di vitigni alternati a muretti a secco fanno da cornice al complesso architettonico.

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    I tre distinti volumi, che sono costituiti da muri in pietra lavica e da coperture a doppio spiovente in legno di castagno e coppi siciliani, sono suddivisi per destinazione d'uso. L'edificio più grande ospita gli ambienti dedicati all'accoglienza e alla degustazione dei vini, il secondo è dedicato alla conservazione e all'affinamento del vino in botti di rovere, mentre il terzo fabbricato è adibito ad abitazione disposta su due livelli. Non è stato previsto uno spazio per la vinificazione.

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    I muri e i tetti sfondati sono stati ricostruiti tali e quali: materiali e tecnologie costruttive impiegati sono quelli che da sempre si utilizzano nella zona. Tutto il recuperabile è stato salvato e le partizioni interne aggiunte si sono limitate agli elementi necessari per l'inserimento dei bagni e degli impianti. L'unico intervento consistente è stato realizzato nell'edificio dedicato all'abitazione: la costruzione era fortemente danneggiata ed è stato necessario ristudiare l'impianto strutturale per adeguarlo alle norme sismiche, ma questo non ha implicato uno stravolgimento del volume che appare immutato.

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    “I feel sLOVEenia. Green. Active. Healthy” è Il motto del padiglione sloveno all’Expo di Milano 2015: un gioco di parole che vuole essere una dichiarazione d’amore alla natura incontaminata del paese e un elogio allo stile di vita sano e soprattutto attivo. Tutto ciò suona come un semplice slogan pubblicitario ma in realtà coglie l’essenza del paese e in particolare della sua capitale Lubiana che, grazie alla politica adottata negli ultimi 10-15 anni, è stata eletta Capitale Verde Europea del 2016

    In copertina: Foto © Matic Štojs, Mostphotos

    COPENHAGEN, CAPITALE VERDE D’EUROPA 2014

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    LE RAGIONI DELLA VITTORIA DI LUBIANA

    Già finalista nel 2015, la città di Lubiana ha conquistato la giuria fornendo una documentazione dettagliata che descrive, così come richiesto dal bando, sia la situazione attuale che gli obiettivi di sviluppo sostenibile per il 2025, sulla base di 12 Indicatori: cambiamenti climatici, trasporto locale, aree verdi, natura e bio-diversità, qualità dell’aria, qualità acustica dell’ambiente, produzione e smaltimento dei rifiuti, trattamento dell’acqua, Eco innovazione ed occupazione sostenibile, prestazioni energetiche, gestione ambientale integrata.

    Nella scelta della commissione della Capitale Verde Europea, maggior peso hanno avuto le misure adottate per la riduzione del traffico, la forte presenza di aree verdi e la creazione di nuove tramite il recupero di aree degradate e di zone industriali dismesse, ed i progressi ottenuti nello smaltimento dei rifiuti con l’ambizioso obiettivo “rifiuti zero”.

    Indicatori a parte però, a fare la differenza è stato il riconoscimento del lavoro svolto, insieme alla regione balcanica, nella gestione della crisi dovuta alla recenti inondazioni che hanno afflitto il territorio.

    LE AREE VERDI E IL RECUPERO DELLE AREE INDUSTRIALI DISMESSE

    caption: © B. Jakše & S. Jeršič

    La Capitale Verde Europea 2016 è coperta per circa tre quarti del suo territorio da zone verdi di cui l’81% si trova nella periferia della città, sotto forma di foreste, di zone agricole e in adiacenza dei corsi d’acqua mentre il restante 19% è all’interno dell’agglomerato urbano con parchi, giardini pubblici, parco giochi e spazi verdi tra gli edifici residenziali. Un patrimonio di circa 180 ettari di aree verdi e spazi aperti è curato dal comune ed incide per il 3% sul bilancio della città.

    Una politica impegnata ad evitare ulteriore consumo di suolo mira ad intervenire sulle strutture insediative esistenti, soprattutto tramite il recupero e la rivitalizzazione di aree degradate e al miglioramento degli spazi pubblici già presenti nel territorio comunale. Questo ha portato alla creazione di 40 ettari di nuove zone verdi negli ultimi cinque anni e alla piantumazione di oltre 2000 alberi negli ultimi tre, in particolare lungo le strade principali e all’interno dei parchi.

    L’attenzione al potenziamento delle aree verdi e degli spazi pubblici a Lubiana è stato direttamente proporzionale all’aumento della densità edilizia, una scelta non solo di immagine ma soprattutto di salvaguardia della salute e accrescimento della qualità della vita.

    Tali strategie sono state sviluppate all’interno di un piano ben definito, non solo dal punto di vista della progettazione ma anche nella scelta dei criteri e delle misure di sviluppo, il tutto in accordo con i principi della sostenibilità. Due importanti riconoscimenti ne sottolineano il valore: il premio da parte del Consiglio Europeo degli Urbanisti nel 2011 e il Premio Fabiani nel 2013, ovvero uno dei maggiori riconoscimenti per l’eccellenza nella pianificazione territoriale ed urbanistica.

    caption: © D. Wedam

    Proprio nella pianificazione urbanistica molta attenzione è stata riservata ai progetti relativi ai grandi parchi urbani ovvero al completamento di quelli già esistenti (il più antico, il Tivoli Park, iniziato 200 anni fa e il Path of Memories and Comradeship –PMC, iniziato nel 1946) e alla creazione, dal 2007 ad oggi, di altri 5 parchi.

    Il PMC, il percorso della memoria che corre lungo l’antica barriera di filo spinato eretta dalle forze di occupazione durante la Seconda Guerra Mondiale, già completato nel 1985, è stato continuamente arricchito durante il corso degli anni fino a diventare oggi la spina dorsale del sistema del verde, il più lungo viale alberato della città, con 7000 alberi, monumenti, zone di sosta ed altre attrezzature.

    Tra i nuovi parchi oltre allo Zelena Jama Park, che sorge su un'ex discarica e lo Šmartinski Park, che si collega al parco cimiteriale, spicca senza dubbio il progetto di rinnovamento delle sponde del fiume Ljubljanica, insignito del Premio Europeo per gli spazi pubblici urbani del 2012. L’intervento, oltre ad estendere la già vasta area pedonale del centro fino al fiume attraverso la realizzazione di 4 ponti per pedoni e ciclisti, nuovi pontili, aree pavimentate e logge che scendono a gradonate verso il fiume, ha conferito all’area ulteriore valore aggiunto attraverso l’inserimento di catalizzatori sociali e culturali quali punti lettura, la “Libreria sotto gli alberi”, e il sito archeologico di Špica.

    caption: © D. Wedam

    Iniziative più piccole, ma non di minor importanza, legate alla qualità dell’ambiente dei quartieri e delle comunità locali sono state e vengono tuttora promosse dal Comune di Lubiana insieme ad alcune associazioni non governative. Solo per citarne alcune, nel 2010 la collaborazione tra abitanti ed artisti locali ha dato vita al progetto “Labyrinth of Art” in cui ogni persona poteva diventare custode di un albero mentre, sempre nello stesso anno, un cantiere abbandonato è stato trasformato in un sistema di piccoli orti urbani grazie alla cooperazione tra un gruppo di residenti ed una piccola organizzazione no profit.

    caption: foto da visitljubljana.com

    IL TRASPORTO LOCALE

    Quello della mobilità locale è stato uno dei settori più carenti di Lubiana fino al 2010, quando si è cominciato a registrare il primo incremento nell’utilizzo dei trasporti pubblici dal 1987. Questa inversione di tendenza è stata resa possibile grazie ad alcune misure adottate dal Comune per migliorare la mobilità che dagli anni novanta fino a quel momento, favorita da una rete ferroviaria insufficiente, aveva visto un aumento del traffico proporzionale allo sviluppo della rete stradale e alla sempre maggiore accessibilità delle auto private.

    Il Piano di Mobilità Sostenibile adottato nel 2012 agisce principalmente in due direzioni: potenziando le “infrastrutture verdi”, ovvero aree pedonali e piste ciclabili, e migliorando il trasporto pubblico.

    Dati del 2011 alla mano, obiettivo principale per il 2020 è quello di ridurre gli spostamenti in auto del 34% (passando dal 67% al 33%) ed incrementare l’uso dei mezzi pubblici e gli spostamenti a piedi o in bici rispettivamente del 20% e del 14% (passando dal 13% al 33% e dal 20% al 34%).

    Le piste ciclabili e la “Zona ecologica”

    Ideale per essere percorsa in bici viste le dimensioni, la morfologia e la collocazione geografica, Lubiana vanta 192 km di piste ciclabili di cui 42 km aggiunti tra il 2006 e il 2013 insieme a 837 nuovi portabici. Il servizio di bikesharing introdotto nel 2011 ha superato tutte le aspettative con 1,6 milioni di spostamenti effettuati: 33 stazioni e 308 biciclette sono a disposizione 24 ore su 24 con un servizio self-service in cui la prima ora è totalmente gratuita.

    La Zona ecologica, ritenuta dal 30% dei residenti la più significativa innovazione della città, è un’area nel centro della capitale chiusa al traffico veicolare e completamente rinnovata. Creata nel 2007 e in continuo miglioramento e ampliamento, attualmente occupa quasi 100’000 m². Ai suoi margini sono stati creati 100 parcheggi per motocicli in modo da fermare l’accesso dei motociclisti all’area mentre è stato considerevolmente ridotto il numero dei parcheggi delle auto destinandoli ad altre attività.

    caption: © NIk Rovan

    I trasporti pubblici

    Alcuni dati del 2008 mostravano come solo il 10% degli spostamenti in città avvenisse tramite i mezzi pubblici mentre la maggior parte di essi era effettuato con auto private di cui il 39% non eccedenti i 5 km; inoltre ogni giorno 130'000 veicoli entravano nella città dai comuni limitrofi. Nel 2009 il comune ha perciò emanato delle linee guida per la regolamentazione e il miglioramento del servizio di trasporto pubblico.

    Da allora la rete dei trasporti pubblici viene implementata ogni anno in base alle esigenze di cittadini e turisti e negli ultimi 5 anni è già stato registrato un aumento di passeggeri del 10%. 209 veicoli per i percorsi urbani e 63 per quelli interurbani fanno sì che il 96% della popolazione viva a meno di 500 m da una fermata dei bus e il 92% si trovi in un raggio di 300 m. Un piano di rinnovamento del parco autobus sta inoltre portando alla progressiva sostituzione dei mezzi più datati con veicoli conformi agli standard EURO V e EEV mentre tre veicoli elettrici sono già operativi nel centro della città.

    Per favorire ulteriormente l’uso dei mezzi pubblici il Comune sta provvedendo alla realizzazione delle così dette Park&Rent areas, ovvero parcheggi nell’immediata periferia delle città dai quali è possibile raggiungere il centro tramite autobus.

    Un’unica tessera prepagata, l’Urbana city card, può essere utilizzata per il trasporto pubblico, per il sistema P&R, per il parcheggio delle auto e per l’affitto delle biciclette; con essa si può anche usufruire dei servizi della biblioteca comunale.

    A fare la differenza però è senza dubbio il servizio di trasporto su richiesta offerto a persone con disabilità: un’iniziativa la cui importanza è stata riconosciuta dall’Unione Europea che ha conferito a Lubiana l’Access City Award 2012 e che ha visto la capitale slovacca trionfare all’Eurocity Award 2013 nella categoria Smart Living.

    PRODUZIONE E SMALTIMENTO DEI RIFIUTI

    L’ambizioso obiettivo “Rifiuti Zero”, ovvero portare in discarica meno dell’1% dei rifiuti, è perseguito tramite un Piano Strategico e una serie di altre iniziative tutte caratterizzate da un unico comun denominatore: la comunicazione e il coinvolgimento degli utenti, ossia i cittadini.

    Il programma di gestione rifiuti si muove sostanzialmente su due linee guida: un’accurata differenziazione prima di portare i prodotti di scarto in discarica e misure per ridurre la produzione di rifiuti.

    La raccolta differenziata e lo smaltimento dei rifiuti

    Un sistema di raccolta differenziata molto efficiente, con il 94% dei residenti coinvolti nella raccolta dell’umido, ha permesso di dimezzare la quota di rifiuti biodegradabili portati in discarica, passando dal 59.9% al 31.8% in sei anni (2006-2012). La separazione di carta, plastica, metalli e vetro ha fatto sì che venissero riciclati il 47% dei rifiuti nel 2012 e il 53% nel 2013 con l’obiettivo di raggiungere il 60% nel 2016.

    Nel 2013 è stato introdotto il trattamento temporaneo dei rifiuti solidi residui prima del trasporto in discarica. Durante questo processo di trasformazione la frazione leggera viene separata dalla parte restante ed inviata ad un impianto per la produzione di combustibile. I primi dati indicano che potranno essere eliminati il 30-40% di tutti i rifiuti destinati alla discarica.

    Le misure per la riduzione dei rifiuti 

    Dal 2013 il Programma annuale di gestioni di rifiuti è fortemente incentrato alla riduzione della quantità di cibo che finisce nell’immondizia e all’allungamento del ciclo di vita degli oggetti.

    Un’intensa campagna di comunicazione partita nello stesso anno è sfociata nell’apertura di un centro di riuso connesso con commercianti, artigiani e centri di raccolta di quartiere.

    Il centro di smaltimento dei rifiuti mette a disposizione 30 diversi contenitori (ferro solido, pneumatici auto, ecc.) in modo che solamente una minima quota degli “scarti ingombranti” confluisca in discarica; inoltre ogni anno nei cimiteri vengono raccolte in appositi contenitori 348 tonnellate di candele che vengono portate in tre differenti centri di riciclaggio presenti nel territorio sloveno.

    Negli ultimi due anni il centro di raccolta di oggetti usati è stato potenziato: oltre a indumenti e giocattoli vengono raccolti utensili da cucina e materiale didattico che, grazie alla cooperazione con scuole ed cittadini, vengono inviati a centri per senzatetto e per ragazze madri. L’obiettivo è quello di un’espansione progressiva del centro fino a diventare il principale punto di ingresso regionale di una rete connessa direttamente con organizzazioni di beneficenza (tramite la donazione di abiti usati, scarpe e prodotti tessili in genere) e con imprese sociali (che svolgono iniziative quali la riparazione di oggetti usati e la relativa vendita on line e nei mercati).

    Le iniziative per la sensibilizzazione dei cittadini

    L’accurata differenziazione prima del trasporto in discarica e le misure messe in campo per prevenire la produzione di rifiuti sarebbero inapplicabili senza un’adeguata sensibilità da parte di coloro che i rifiuti li producono: i consumatori.

    Con il programma di comunicazione sono stati creati due siti internet e una pagina Facebook sempre aggiornati con comunicazioni per le famiglie, informative per i condomini, avvisi e segnalazioni di qualunque altro tipo di iniziativa; è stato istituito un centro di informazione e di supporto per gli utenti che non solo costituisce un’interfaccia diretta per i cittadini, che vi si possono rivolgere tramite sportello, mail, lettere, ma si fa anche promotore di iniziative come dimostrazioni pratiche per la separazione dei rifiuti e partecipazioni ad eventi di quartiere. Campagne di sensibilizzazione vengono organizzate nelle scuole dove mascotte a forma di drago spiegano tramite disegni i principi della raccolta differenziata ai bambini.

    IL RUOLO DELLE CAPITALI VERDI EUROPEE

    Incoronata Lubiana per il 2016, la Commissione Europea pensa già all’edizione del 2017 dell’European Green Capital Award (EGCA) ed ha fornito la lista delle città finaliste. Non stupisce il fatto che, ancora una volta nessuna città italiana concorra per tale premio, la cui finalità è quella di far sì che le città si ispirino tra loro, condividendo buone pratiche in uno spirito di sana competizione.

    Città come Lubiana e prima di essa Stoccolma, Amburgo, Vitoria-Gastiez, Nantes, Copenaghen e Bristol, sono la dimostrazione di come il rispetto per l'ambiente, la qualità di vita e la crescita economica possono essere combinati con successo perché, citando tra le righe un antico proverbio indiano, il punto è: quando avremo abbattuto l’ultimo albero, pescato l’ultimo pesce e inquinato l’ultimo fiume, capiremo finalmente che non si può mangiare il denaro?


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    Un’ambientazione da sogno quella in cui sorge il progetto di recupero degli australiani Cumulus studio. Il rifugio, oggi attrattiva turistica in Tasmania, è nato dalla riqualificazione dei due edifici esistenti la “Pumphouse” e la “Storehouse”.

    LA RISTRUTTURAZIONE DEL RIFUGIO CASERA GIANIN

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    La Pumphouse si trova sul lago St. Clair, totalmente immersa nella natura della Tasmania, accerchiata dagli alberi e dalla vegetazione del Parco nazionale, patrimonio mondiale, ha come unico collegamento alla terra ferma una passerella in cemento di 250 metri di lunghezza. Uno scenario suggestivo ed onirico nel quale l’edificio, costruito nel 1940, originariamente afferente alla rete idroelettrica del paese, era in stato di abbandono da più di venti anni. La Storehouse si trova invece sulla riva del lago ed ospitava uffici e un’officina di manutenzione delle turbine.

    L’intervento di riqualificazione e ristrutturazione dei due edifici ha permesso di realizzare 18 stanze, la maggior parte delle quali ubicate nella Pumphouse ed il restante nella Storehouse che inoltre ospita la cucina e diversi ambienti comuni come il salone e la zona pranzo.

    Data l'ubicazione dei due edifici, per motivi logistici si è optato per elementi prefabbricati e standardizzati.

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    L’IMPORTANZA DEL CONTESTO NELLA PROGETTAZIONE

    I lavori di riqualificazione hanno interessato principalmente gli interni, mentre per gli esterni si è deciso di mantenere le facciate originarie enfatizzandone il valore storico. L’edificio si eleva su tre piani e vi si accede da un portone in ferro che permette l’accesso al foyer, da cui è possibile raggiungere le stanze distribuite da un corridoio centrale nel quale trovano spazio ambienti comuni di attesa e per il relax. La scelta planimetrica è strettamente legata al paesaggio circostante, aperto alle due estremità il corridoio perde la mera funzione di distribuzione ed assume un valore spaziale superiore fungendo da binocolo sul paesaggio, mantenendo così un collegamento visivo continuo con la natura. In tal modo è come se la passerella che porta dalla terra ferma all’edificio continuasse e terminasse visivamente nella meravigliosa ambientazione che fa da intorno.

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    INTERNI IN LEGNO LOCALE E COLORI NEUTRI 

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    Gli interni, completamente ripensati e riprogettati per poter ospitare le stanze e gli ambienti comuni del rifugio, sono caratterizzati dall’utilizzo di pochi materiali: legno, metallo e intonaco. Le pareti dell’ingresso e delle aree comuni sono rivestite da legno grezzo non trattato, mentre nelle stanze viene utilizzata una pannellatura più raffinata in legno della Tasmania. Per i dettagli come lampade, corrimano, ecc. viene invece utilizzato il ferro verniciato di nero, e le parti intonacate hanno colori neutri dal bianco al grigio, cercando di creare ambienti accoglienti e rilassanti in cui si possa godere del comfort e del paesaggio visibile da ogni finestra e da ogni stanza.

     


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    Una piscina sostenibile senza cloro ha aperto a Londra a Maggio e fino al 2016 offrirà la possibilità di nuotare e rilassarsi a soli 15 minuti a piedi dalla stazione di King’s Cross nel mezzo di un cantiere edile. 

    COME FUNZIONA UNA PISCINA BIO

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    La piscina è in realtà un’opera d’arte che si intitola “Of Soil and Water” e si trova al King’s Cross Pond Club. È l'ultimo e più ambizioso lavoro temporaneo della King's Cross public art, ideato da Marjetica Potrč, artista e architetto sloveno, e dai designer olandesi Ooze, Eva Pfannes e Sylvain Hartenberg. Il pubblico nuoterà di fatto open air all’interno di una vera e propria opera d'arte.

    La piscina sostenibile è lunga 40 metri e larga 10 con profondità crescente ed è capace di accogliere fino ad un massimo di cento bagnanti per consentire all'acqua di rigenerarsi. L’acqua all’interno della piscina infatti non ha additivi chimici e la sua pulizia è affidata ad un sistema di piante e filtri per l'acqua. Niente più cloro quindi, ma attraverso un processo a ciclo chiuso naturale, piante acquatiche sommerse filtrano l'acqua e ne garantiscono la pulizia.

    L'acqua proveniente dal Canale di Regent, mediante questo processo naturale con piante tipiche delle zone umide, viene purificata ed utilizzata per la piscina. La stessa acqua, a chiusura dell’impianto, sarà successivamente filtrata ed utilizzata per irrigare il parco in costruzione accanto al sito dove fiori selvatici ed erbe contornano la piscina contribuendo a rendere suggestivo il paesaggio e cambiandone l'aspetto in base alle stagioni. Questa vegetazione favorirà la presenza della fauna attorno allo specchio d’acqua.

    Si avrà la sensazione di nuotare in un vero e proprio lagoall’interno della città.

    L'installazione di questa piscina è conseguenza di altri interventi ecosostenibili degli stessi progettisti e ideatori ed è l'ultima parte del “Relay program”, un piano pubblico per la rigenerazione di 27 ettari di territorio a Nord di Londra, curato da Michael Pinsky e Stéphanie Delcroix.

    A questo punto, nuotatori e curiosi, fateci sapere come sarà tuffarvi da quelle parti!


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    I dammusi sono le abitazioni tradizionali dell’isola di Pantelleria: unità abitative di derivazione araba (le loro origini sono, infatti, da ricercarsi nel periodo in cui gli arabi abitavano l’isola, tra il VI e il VII secolo d.C.), oggi diventate famose anche perché sono molti i dammusi panteschi di recente acquistati e ristrutturati da personaggi illustri e abbienti, divenuti case di villeggiatura estiva.

    Abitazioni tradizionali della Papua Nuova Guinea

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    Originariamente nate come unità abitative per le famiglie contadine che avevano necessità di spostarsi tra le diverse aree dell’isola in base alla stagione e alle colture che operavano, i dammusi di Pantelleria dovevano garantire un certo comfort ai suoi abitanti, che non poteva dipendere da altro se non dalle risorse naturali che la stessa isola offriva. Per questo motivo i dammusi di Pantelleria sono tutt’oggi considerati bellissimi esempi di architettura ecosostenibile che hanno permesso agli abitanti dell’isola, grazie ad una straordinaria collaborazione tra uomo e natura, di vivere nel migliore dei modi in un territorio sotto certi aspetti inospitale e difficile.

    I dammusi di Pantelleria s’inseriscono alla perfezione nel paesaggio, caratterizzato dai terrazzamenti che servono e soprattutto servivano in passato per facilitare le pratiche agricole su terreni collinari e scoscesi, e inoltre delimitano i confini delle piccole proprietà in cui è suddiviso il territorio, dalla cui trama intricata sorge poi il dammuso, che era realizzato con le stesse pietre ricavate dalla bonifica dei terreni per la formazione dei terrazzamenti.

    caption: una vista dei terrazzamenti di Pantelleria.

    Le cupole e le loro funzioni all’interno dell’architettura del dammuso

    Una delle caratteristiche architettoniche principali dei dammusi è rappresentata dai tetti a cupola estradossata, il numero delle quali denuncia esternamente la quantità esatta delle stanze di cui è composto il dammuso. La copertura a cupola, spessa di solito 35 - 40 cm, è realizzata in pietra coperta da uno strato di terra, su cui viene steso un impasto di pomice vulcanica come isolante, e uno strato di tufo rosso e latte di calce, come impermealizzante.

    caption: le cupole estradossate di un dammuso, a Pantelleria.

    Il tetto a forma di cupola assolve tre funzioni principali: l’ampia superficie esposta ai raggi solari, infatti, garantisce che all’interno degli ambienti non vi sia traccia di umidità; la stessa superfice esposta al sole veniva utilizzata esternamente per  l’essiccazione dei prodotti agricoli locali come uvetta, fichi e pomodori. Inoltre i fianchi rialzati della cupola consentono di far confluire l’acqua piovana attraverso un canale aperto, detto "cannalata", che la dirige all’interno di una cisterna (la "jisterna"), dove si conserva la preziosa riserva di acqua.

    La cisterna presenta di solito, oltre all’apertura superiore che permetteva di prelevare l’acqua piovana raccolta, un’altra apertura laterale, che serviva per entrare all’interno della cisterna per la pulitura, oltre che per creare un ricircolo d’aria che manteneva l’acqua fresca ed ossigenata. Non è raro che le cisterne dei dammusi siano di origine punica (ovvero costruite in principio in un periodo che va dall’IX secolo a.C. all’epoca romana).

    Protezione dal vento e giardini

    Essendo l’isola di Pantelleria soggetta a venti molto forti, i dammusi che sono stati costruiti in particolari aree molto esposte, hanno aperture rivolte verso un’unica direzione, mentre le altre facciate dell’edificio vengono lasciate cieche, per proteggere gli interni dal vento. La porta, disposta generalmente verso sud, è spesso fiancheggiata da due piccole finestre di dimensione 40x50 cm (che di solito sono le uniche della casa), in modo da sfruttare al meglio il calore e la luce negli interni.

    Un altro elemento architettonico presente nel complesso dei dammusi è il giardino (u jardinu): i giardini sono solide costrizioni a secco edificate su pianta circolare, con muri che possono arrivare sino a tre metri di altezza, che avvolgevano uno o più alberi per ripararli dai forti venti marini. Gli alberi che di solito venivano riparati dal giardino erano alberi di agrumi e da frutta, palme da dattero e alberi di ulivo.

    caption: un "Jardinu" di Pantelleria.

    Il dammuso è un insieme di elementi architettonici particolari, che non sono stati nominati nell’ambito di questo articolo perché qui si sono solo voluti evidenziare alcuni aspetti sostenibili di una costruzione tradizionale, semplice ma efficace, che utilizza al meglio il materiale locale a disposizione, per creare degli esempi architettonici a cui forse dovremmo guardare più spesso oggi per le nuove costruzioni.


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    The Sabla è un piccolo mirabile progetto pensato per la comunità di AL Ayn, negli Emirati Arabi,  recuperando la tradizionale tecniche di costruzione con foglie di palma. La struttura, biodegradabile e versatile, nasce come serra per naturale ma si presta a più utilizzi.

    In un mondo squassato dai cambiamenti climatici, la desertificazione è un fenomeno potenzialmente devastante per milioni di persone costrette già oggi a convivere con la penuria del bene più prezioso che abbiamo: l’acqua. Intorno ad essa si sprecano le parole, vengono organizzate opulente conferenze internazionali alle quali partecipano le massime autorità governative del pianeta, ma purtroppo latitano le contromisure, serie ed efficaci, nel tentativo di arginare un problema il cui spauracchio aleggia paurosamente anche sul futuro dell’Europa meridionale e dell’Italia.

    Stop alla desertificazione con il recupero delle oasi

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    Per fortuna, a dispetto della lentezza decisionale di molti governi, le piccole iniziative si moltiplicano, andando a interessare anche paesi dove negli ultimi anni l’acqua, più che per le colture, è stata utilizzata per irrigare enormi campi da golf circondati dal deserto: gli Emirati Arabi. Il progetto che vi presento, infatti, è stato pensato per tutelare l’agricoltura nell’oasi di Al Ayn, Patrimonio dell’Umanità UNESCO, nonché seconda città per dimensioni dell’emirato di Abu Dhabi, sebbene le sue caratteristiche lo rendano facilmente replicabile in molti paesi mediorientali e nordafricani.

    THE SABLA

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    Stiamo parlando del “Food Shelter” o “The Sabla”, come è localmente chiamata la serra naturale, ecosostenibile e totalmente biodegradabile presentata da Sandra Piesik e “3 Ideas Limited” alla terza conferenza delle United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD) tenutasi in Messico nel marzo scorso. Alla base del progetto convivono obiettivi ambiziosi, quali contrastare la desertificazione, recuperare antiche tradizioni e combattere la povertà, perseguiti mediante una proposta intrisa di valori culturali, economica e dal design accattivante.

    LA MILLENARIA CULTURA ARISH

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    A dispetto di un paese punteggiato di grattacieli in vetro e acciaio, The Sabla è costruito avvalendosi praticamente di un solo materiale: foglie di palma da dattero. Il loro utilizzo affonda le proprie radici nella secolare tradizione architettonica locale, ed in particolare a più di 7.000 anni fa, quando furono costruite le prime abitazioni Arish. È proprio partendo da un’analisi attenta di queste architetture che Sandra Piesik ha elaborato la sua proposta, mirabile esempio di integrazione di risorse naturali disponibili e sapienza accumulata in millenni di sperimentazione e riscontri pratici.

    IL PROGETTO DI FOOD SHELTER/THE SABLA

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    Dal punto di vista dimensionale, il progetto consta di 9 calotte modulari di 8x8 metri ciascuna accostate l’una all’altra per un totale di 600 mq di superficie coperta complessiva. La struttura di ogni singolo modulo è ottenuta arrotolando e intrecciando le foglie di palma da dattero, assicurate mediante legacci di corda e successivamente piegate in modo tale da assumere la forma desiderata. Facilità ed economicità nel reperimento di tale materia prima non sono gli unici vantaggi di The Sabla, che può vantarsi di essere interamente biodegradabile, in quanto anche i tessuti di rivestimento sono ottenuti naturalmente, e di non prevedere l’utilizzo di alcun tipo di macchinario in fase di produzione e posa in opera.

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    IL CONCETTO DI ADATTABILITÀ

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    Oltre che per la coltivazione, questo tipo di struttura può anche essere utilizzato per ospitare edifici scolastici, di assistenza sanitaria ed altre funzioni basilari nella vita di tutti i giorni. Abbondanza di materia prima, facilità costruttiva e progettuale conferiscono a questo “rifugio” spiccate doti di adattabilità e flessibilità, per non parlare del suo inestimabile valore simbolico, fondamentale per sensibilizzare l’opinione pubblica mostrandole orgoglioso come più che i soldi contino le idee e la convinzione di metterle in pratica.


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    Nell'arcipelago delle Canarie sull'isola di Tenerife nei pressi della cittadina di Granadilla è stata finalmente realizzata una casa bioclimatica pensata nel 1995. L'architetto José Luis Rodríguez Gil pensava e studiava da diversi anni di progettare un'abitazione energeticamente quasi autosufficiente e dalle forme e dai colori in armonia con il paesaggio circostante quasi disabitato che sia affaccia verso l’oceano.

    5 ESEMPI DI BIOCLIMATICA LOW-COST

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    IL PROGETTO DELLA CASA BIOCLIMATICA

    L'edificio si sviluppa lungo l'asse Est-Ovest per sfruttare al meglio i venti dominanti: il volume a base rettangolare ha in questo modo la zona giorno esposta a Sud e la zona notte a Nord. Il muro in pietra di basalto, che fa da cesura tra le due parti, costituisce l'elemento generatore del progetto al quale viene addossato da un lato un parallelepipedo e dall'altro una struttura leggera in acciaio zincato e vetro con copertura inclinata a una falda.

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    La casa è disposta su di un unico livello. La cucina, la sala da pranzo e il soggiorno sono ospitati in un unico ambiente che si apre verso la veranda e il paesaggio. La zona notte è costituita da quattro piccole camere da letto e da due bagni. Un lungo corridoio con due finestre posizionate agli estremi permette l'accesso a questi ambienti e favorisce l'afflusso di aria per il raffrescamento naturale.

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    La scelta di inclinare la copertura della zona giorno ha comportato diversi vantaggi in termini di benessere ambientale inteso da più punti di vista: innanzitutto ha permesso di integrare nel volume sia i pannelli solari per la produzione di acqua calda sia i pannelli fotovoltaici per la generazione di energia elettrica; inoltre ha favorito l'inserimento di alcune aperture strategiche per agevolare la ventilazione naturale all'interno degli spazi abitati e la creazione di una veranda.

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    I materiali impiegati, privi di elementi nocivi come ad esempio i COV - Composti Organici Volatili - o le vernici sintetiche, sono stati alcuni reperiti in zona, come la pietra di basalto rivestita con lapillo vulcanico, materiale atossico e con un alto potere isolante, mentre altri, come il legno e la struttura in acciaio, provengono dall'industria della prefabbricazione.


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    I vantaggi della prefabbricazione, se associati a quelli del legno, materiale sostenibile per eccellenza, danno luogo a costruzioni doppiamente valide, caratterizzate da tempi di esecuzione ridotti, sicurezza e pulizia del cantiere, bassi consumi energetici e sostenibilità. Abbiamo raccolto alcuni esempi di progetti di case prefabbricate in legno.

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    CASA GG: IL LEGNO E LA RIDUZIONE DEI CONSUMI

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    GG è una casa prefabbricata in legno con dei numeri vincenti: 4 moduli, 4 mesi e 1 kilowatt. Si riferiscono rispettivamente alla distribuzione degli spazi, suddivisi in 4 moduli, al tempo di realizzazione, di soli 4 mesi, e al fatto che in inverno le case sono riscaldate da un unico radiatore da un solo kilowatt acceso per due ore al giorno. Il progetto spagnolo di Casa GG è opera di Alventosa Morell Arquitectes e dimostra tra le altre cose che la prefabbricazione in legno riduce i tempi di realizzazione e può dar luogo ad abitazioni a basso consumo energetico.

    UNBOXED: PREFABBRICAZIONE PER L’AREA MEDITERRANEA

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    Unboxed è il progetto di un’abitazione unifamiliare in legno specificamente pensata per l’area mediterranea. Gli architetti Micaela Colella e Maurizio Barberio hanno realizzato uno spazio di grande qualità, con interni progettati in modo da essere flessibili e quindi adattabili con l’evolversi della famiglia. La struttura di Unboxed è composta da pannelli prefabbricati in legno ben isolati, studiati per abbattere i ponti termici ed è completamente riciclabile.

    ÁPH80: PROTOTIPI TRASPORTABILI

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    Piccole case prefabbricate in legno, dotate di ogni comfort e trasportabili. ÁPH80 è ancora solo un prototipo ma è destinato a diventare presto realtà. I suoi ideatori infatti, dopo la singola abitazione, sono già passati al concept di una serie di case assemblabili a creare un intero villaggio trasportabile. Potrà essere composto da abitazioni accostate l’una all’altra e disposte a formare piazze e stradine. I singoli moduli sono dotati di ogni comfort ed accessoriate con camera da letto, angolo cottura e soggiorno ed un bagno.

    POP-UP HOUSE: LA CASA PASSIVA IN LEGNO DA COSTRUIRE IN 4 GIORNI

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    Pop-up house combina un sistema costruttivo a basso costo con performance termiche talmente elevate da essere una casa passiva. Lo studio di architettura Multipod, che l’ha progettata, l’ha definita una casa fai-da-te per sottolineare quanto sia semplice e rapido costruirla. La casa infatti si costruisce in soli 4 giorni, in 4 persone, senza l’ausilio di grossi macchinari. Ha una struttura in legno ed i pannelli modulari che la rivestono, che si incastrano con facilità tra loro, sono completamente riciclabili. 


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  • 06/04/15--02:33: Manuale della bioedilizia
  • Quali sono i principi della bioedilizia? Come costruire una casa secondo criteri progettuali ecosostenibili? È possibile ristrutturare un appartamento e dotarlo di tutti i comfort nel pieno rispetto dell'ambiente in cui viviamo? Questi sono i quesiti che qualsiasi tecnico dovrebbe porsi in prima istanza quando decide di intervenire su un edificio esistente o realizzarne uno nuovo.

    BIOEDILIZIA IN ITALIA: IL PRIMO POLO PRODUTTIVO GREEN

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    Qualsiasi abitazione o edificio in cui l’essere umano stazioni per diverso tempo deve essere in sintonia con l’ambiente circostante e confortevole con chiunque lo abiterà (o vi trascorrerà al suo interno diverso tempo). Il Manuale della bioedilizia è utile a far chiarezza sia sulle terminologie che sulle tecniche, e questo in particolare è corredato da illustrazioni che spiegano in un colpo d’occhio ciò che viene descritto nei paragrafi.

    Forse non tutti, ma sicuramente molti sapranno che il termine “bio” significa vita, ragion per cui è intuibile che costruire con i principi della bioedilizia significhi applicare tecniche e sistemi che hanno come obbiettivo il benessere dell’uomo. La domanda è: come fare nella pratica?

    Il testo consiglia di riscoprire e valorizzare i fondamenti degli antichi saperi costruttivi adattandoli alle condizioni climatiche del luogo in cui si va a operare, di osservare quali siano i nessi esistenti tra gli organismi viventi e l’ambiente che li ospita e di usare in maniera efficace tutti questi mezzi.

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    Nel testo sono riportati esempi significativi di edifici della tradizione costruttiva del passato che offrono spunti per il presente.

    Nei paragrafi relativi ai “sistemi passivi”, “sistemi integrativi”, “sistemi attivi” e “impianti”, sono riportati utili spunti per ridurre i consumi energetici – e conseguenti emissioni dannose per l’ambiente – utilizzando strategie che utilizzano materiali naturali ed energie rinnovabili.

    Interessante, principalmente per il periodo storico che viviamo in cui si dovrebbe auspicare a recuperare il vecchio per non sprecare materie prime e suolo nuovo, è il capitolo “Riqualificare in chiave energetica” in cui vengono forniti suggerimenti su come intervenire sul patrimonio edilizio esistente.

    Il Manuale della bioedilizia  è ideale per chiunque desideri approfondire l'argomento; questo libro offre precise indicazioni e consigli preziosi su come realizzare e recuperare un'abitazione in chiave ''bio'', ovviamente adattando poi gli esempi ai casi specifici e approfondendo quelle che sono le indicazioni di base.

    Scheda tecnica del libro

    Titolo: Manuale della bioedilizia
    Editore: Giunti Demetra
    Pagine: 192
    Data pubblicazione: Ottobre 2014
    Autori: Gabriella Lungo / Progetto grafico a cura di Roberto Magrini  
    ISBN: 9788844044510
    Lingua: Italiano

     

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    Autori

    Gabriella Lungo : Architetto, vive e lavora fra Bologna e Milano è titolare dello studio Oikelios (fondato nel 1985). Si occupa di progettazione sostenibile, restauro, design e comunicazione. Ha al suo attivo la realizzazione di strutture sociosanitarie “pilota” per la disabilità mentale e plurima.

    Acquista il libro


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    L’uomo passa la maggior parte del tempo a cercare di superare la natura come se questa presentasse dei limiti e non si accorge che le soluzioni che sta cercando si celano nei meccanismi naturali che un occhio attento e curioso può osservare e reinterpretare. Non è un caso che, come nel caso del padiglione in legno Wunderbugs realizzato a Roma dallo studio OFL Architecture, le migliori soluzioni tecnologiche nascono proprio da un’attenta osservazione dei fenomeni naturali.

    NATURA E ARCHITETTURA SI INCONTRANO CON LA BIOMIMETICA

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    ARCHITETTURA E NATURA: IL CONNUBIO PERFETTO

    Ma cosa succede se ad ispirarsi alla natura è l’architettura? Come si può ricreare un suono naturale per generare uno spazio suggestivo ed affascinante?

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    Lo studio romano OFL Architecture nel padiglione Wunderbugs sfrutta il volo degli insetti per generare musica, grazie a questo progetto si aggiudica il premio A+Awards2015 per la categoria “Architettura+Collaborazione”. Il padiglione vede infatti la collaborazione tra diverse figure professionali quali: architetti, designers, una biologa, un tecnico del suono, un compositore ed un apicultore.

    A rendere così speciale questo padiglione, installato a Roma negli spazi dei giardini pensili dell’Auditorium Parco della Musica per la seconda edizione del Maker Faire Europe, sono gli insetti e l’interazione tra uomo e natura.

    UN PADIGLIONE IN MODULI DI LEGNO ASSEMBLABILI.

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    Wunderbugs è un padiglione caratterizzato dall’unione delle forme tipiche del barocco romano rilette ed integrate dalle geometrie naturali tipiche del mondo degli insetti. Costituito da moduli in legno ripetuti, il padiglione può assumere numerose conformazioni a seconda della combinazione dei moduli stessi: 1.104 moduli ad arco, 92 rombi con fori circolari che consentono di alternare i vuoti e i pieni. Archi e rombi sono tenuti assieme da 198 nodi in legno che servono a gestire l’andamento curvilineo del padiglione, permettendo di generare spazi sempre diversi tra loro.

    UNO SPAZIO FATTO DI SUONI E SUGGESTIONI.

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    Ma il vero fulcro, il cuore pulsante del progetto, non è tanto la scatola quanto il contenuto. All’interno dello spazio racchiuso dal sistema modulare in legno sono presenti sei sfere trasparenti sostenute da elementi verticali in legno. Ognuna rappresenta un ecosistema interattivo con terra, piante ed insetti. All’interno sono presenti dei sensori che, grazie ad Arduino, permettono di controllare il movimento, la temperatura, l’umidità e l’intensità della luce solare in ogni singola sfera.

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    Si trasforma in un vero e proprio spazio di interazione tra i visitatori e i microsistemi naturali: i dati registrati nelle sfere insieme a dei microsensori che percepiscono le posizioni dei visitatori permettono di modulare all’istante la composizione musicale che viene trasmessa all’interno del padiglione. Una sala dei suoni a cielo aperto in cui architettura e geometria, uomo e natura, grazie all’utilizzo sapiente della tecnologia, generano uno spazio sensoriale ed armonioso. 

    Osservare con curiosità la natura è dunque quel valore aggiunto alla progettazione che può fornire grandi stimoli e portare a soluzioni progettuali del tutto eccezionali.

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    Una vecchia bottega artigiana, situata in un quartiere ovest di Parigi, è stata trasformata in abitazione. Il compito difficile di ricavare in uno spazio con poche aperture verso l'esterno e con due angusti patii interni sui quali si affacciano le finestre degli edifici circostanti è stato affidato all'architetto Maxime Jansens. Il risultato è stato la realizzazione di un appartamento a pianta aperta con leggere e trasparenti partizioni interne.

    PARIGI: SOCIAL HOUSING A LES MARAIS 

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    IL PROGETTO DELLA NUOVA CASA

    La casa è disposta su di un unico livello su di una superficie di circa 130 mq. Non esiste una divisione canonica tra zona giorno e zona notte e i due patii sono stati chiusi e coperti con dei lucernari in modo da collegare ogni parte dell’abitazione. Le tre ampie aperture del fronte strada che corrispondevano alle vetrine della bottega ora sono rispettivamente due finestre del soggiorno e una della camera da letto matrimoniale. 

    Una volta varcato l’ingresso ci si ritrova direttamente nel salotto sul quale si affacciano tutti gli altri ambienti. La cucina occupa il primo patio, mentre il secondo, che mette in comunicazione due camere da letto e un bagno con il soggiorno, è occupato da un’area attrezzata a scrivanie e librerie per lo studio. Le stanze dei bambini, infatti, non hanno finestre e quindi ospitano semplicemente i letti. Invece, attraverso il soggiorno si accede direttamente alla camera da letto matrimoniale con il suo bagno privato.

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    Per ovviare ai problemi legati alla mancanza di aperture si è cercato di ridurre all’essenziale le partizioni interne per permettere alla luce zenitale proveniente dai lucernari di attraversare liberamente tutti gli ambienti. I muri delle camere in alcuni casi sono stati trattati come dei serramenti inserendo alcune porzioni vetrate alternate a superfici opache.

    Cemento, legno e acciaio sono i materiali utilizzati e conferiscono agli ambienti un aspetto industriale. Gli arredi fissi della cucina hanno una struttura in cemento rivestito in resina, mentre la credenza è in legno di pino.

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    Lo studio londinese Tate Harmer in collaborazione con gli artisti Natalie Jeremijenko e Shuster + Moseley, l'ingegnere Tim Lucas Prezzo e Myers, hanno progettato e costruito un rivoluzionario spazio di co-working temporaneo nel parco di Hoxton Square a Londra.

    La struttura, che avvolge un albero, denominata TREExOFFICE, si propone di sviluppare un nuovo metodo per rendere fruibili e “produttivi” i parchi urbani. Le idee dei progettisti per le possibili destinazioni dell’ufficio sono tante: può essere affittato come postazione personale, come sede di associazioni che raccolgono fondi per l’ambiente e la riqualificazione o base per opere caritatevoli.

    UFFICI NEL BOSCO: NON SEMPRE SONO UNA SOLUZIONE SOSTENIBILE

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    TREExOFFICE è pensato come piattaforma per il co-working, unico nel suo genere, che offre spazi di lavoro individuali per 8 persone, e può anche essere noleggiato esclusivamente per piccole riunioni e eventi intimi.

    Questi 25 mq di area da poter occupare crea nuove possibilità per lo spazio pubblico che assume una nuova veste e, per chi volesse una location per gli affari, si presenta come un originale postazione per stupire i propri clienti.

    La struttura, in pannelli traslucidi collegati ad alette ricurve, consentono di celare l’interno dall’esterno garantendo una certa privacy senza rinunciare alla piacevole brezza e visione dell’esterno; un telo quasi invisibile al posto del soffitto ripara gli occupanti da inconvenienti dati dalla caduta all’interno di escrementi di uccelli. Niente deve disturbare il lavoro che si svolge nell’ufficio del parco.

    Inoltre, un alimentatore wifi consente alle persone di essere collegate alla rete in ogni momento. Secondo i progettisti dello studio Tate Harmer, la forma organica dell'edificio si integra perfettamente nell'ambiente naturale della piazza e la struttura è stata progettata per essere agilmente smontata senza essere dannosa per l’oasi urbana

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    Se si ha intenzione di sfruttare l’opportunità, aperta a individui, imprese o gruppi, è necessario inviare un'e-mail all'indirizzo park.hack@groundwork.org.uk per  richiedere il codice di accesso per la prenotazione degli spazi oppure collegarsi al sito di Park Hark.

    Gli introiti generati dall’affitto delle postazioni di TREExOFFICE saranno reinvestiti nella manutenzione  dei parchi di Hackney e spazi verdi, a beneficio di tutti coloro che vivono, lavorano e giocare nel quartiere. Lo spazio è gratuito per i gruppi durante il fine settimana.

    Pensavate che ai giardinetti fossero l’ambiente giusto solo per anziani o mamme con bambini? Da oggi potete immaginare di trasferirci il vostro ufficio!


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    Porte e finestre sono spesso, dal punto di vista delle dispersioni energetiche, il punto debole dell’involucro edilizio. Se non progettate correttamente e poste in opera con attenzione infatti, possono essere causa anche di un quarto delle dispersioni di energia attraverso l’involucro. Di contro, serramenti altamente performanti e correttamente posti in opera possono abbattere tali dispersioni fino all’80-90%.

    Gli indesiderati spifferi d’aria sotto i serramenti, raffreddano gli ambienti e contribuiscono ad aumentare il consumo energetico per il riscaldamento/raffredamento degli ambienti. Tali vuoti, sono anche corsia preferenziale d’accesso per sporcizia e rumori esterni.

    Per assicurare la tenuta all’aria, all’acqua, al rumore, è necessario utilizzare un sistema di guarnizioni adeguato. 

    LE GUARNIZIONI AUTOMATICHE SOTTO-PORTA

    Le guarnizioni automatiche sotto-porta sono il miglior sistema per chiudere il fastidioso gap tra l’anta del serramento ed il pavimento, evitando il passaggio di aria, acqua, rumore.
    La chiusura avviene con un movimento a ghigliottina (brevettato C.C.E.) quando la porta si chiude, grazie a dei meccanismi interni con bielle di spinta.
    Le guarnizioni automatiche sotto-porta hanno avuto negli ultimi trent’anni una grande evoluzione, incorporando in questa semplice idea, tecnologie e materiali sempre più raffinati. 

    Performance e comfort

    L’utilizzo di gomme co-estruse e siliconi speciali nella costruzione delle guarnizioni autometiche sotto-porta, ha permesso di ottenere eccellenti performance di tenuta acustica e di tenuta al fuoco. Queste caratteristiche, un must nelle richieste sempre più specializzate del mondo dell’edilizia sia privata che pubblica, sono certificate da laboratori internazionali come l’IFT di Rosenheim in Germania per l’acustica ed IFC oppure Exova in UK per le prove al fuoco e al fumo. Oltre al fattore sicurezza, una guarnizione automatica sotto-porta con performance adeguate, garantisce un comfort di buon livello e un notevole risparmio energetico negli ambienti dove sono installati. 

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    Sistema a chiusura idraulica ritardata 

    Le guarnizioni automatiche sotto-porta tradizionali, possono dar luogo a rumori dovuti all’attrito della gomma sul suolo in fase di apertura e chiusura del serramento.
    Per far fronte a questo inconveniente, C.C.E., azienda fondata nel 1980 e specializzata in antispifferi ed accessori correlati, ha inventato, e presentato al Made Expo di quest’anno Chronoseal, una guarnizione automatica a discesa oleodinamica ritardata.
    Si tratta, in sintesi, di una guarnizione che si chiude a terra 8 secondi dopo che la porta è già completamente chiusa, per evitare attriti con il pavimento, rumori e un consumo anomalo della guarnizione. I test acustici eseguiti all’IFT di Rosenheim sono incoraggianti: il modello Chronoseal 15x30 è capace di un abbattimento di 51,5dB, un livello da top di gamma.
    Il prodotto può essere indifferentemente utilizzato da solo o in combinazione con una soglia a pavimento di dimensioni ridotte e dei terminali laterali che aumentano la tenuta del sistema agli spifferi d’aria.  

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    Il nuovo compito che ci si propone di affrontare in un’ottica sostenibile è quello di indagare e scoprire il nuovo ruolo dell’architettura contemporanea, attraverso non solo il rapporto con l’ambiente e l’economia, ma anche i moderni sistemi che influenzano ed agiscono sulla socialità, soprattutto in quei luoghi che sono il cuore pulsante delle opportunità dal punto di vista delle idee e delle sperimentazioni.

    La sfida è stata accolta dallo studio londinese di Thomas Heatherwick con un progetto concettualmente rivoluzionario per il nuovo Learning Hub della Nanyang Technological University di Singapore.

    UNIVERSITÀ DI SINGAPORE: UN CAMPUS VERDE PER GLI STUDENTI

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    L’edificio, completato nel marzo 2015, è strutturato in modo tale da abbattere la tradizionale concezione di università, basata su di un’organizzazione a corridoi ed aule, per favorire la creazione di uno spazio di lavoro improntato sulla condivisione. L’idea è promuovere l’interazione casuale tra studenti e professori per generare variabili più interessanti e stimolanti dal punto di vista dell’apprendimento.

    LA STRUTTURA DEL LEARNING HUB

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    L’edificio è formato da un fascio di dodici torri tubolari collegate tra loro da un atrio centrale sul quale si affacciano tramite ballatoi. Le cinquantasei aule, che si aprono su questo spazio comune, sono gerarchicamente equivalenti, evitando la formazione di spazi avvantaggiati dal punto di vista delle relazioni. Al loro interno l’organizzazione dello spazio è dettata dalla flessibilità, per permettere di volta in volta di gestire lo spazio in maniera efficace in rapporto all’attività. Il distributivo, che mantiene il collegamento visivo tra tutte le aule, può assumere diverse configurazioni diventando, in base alle necessità, parte dell’aula, spazio espositivo o area relax e di conversazione.

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    I MATERIALI 

    La volontà di combinare sistemi di costruzione locali ha portato alla scelta del calcestruzzo a vista come materiale dominante; ma l’idea principale era quella di far sembrare l’edificio come una sorta di grande blocco in argilla modellato. A tale scopo sugli elementi di risalita sono stati impressi nel calcestruzzo circa settecento disegni raffiguranti temi dell’arte, della scienza e della letteratura, con l’obiettivo anche di favorire uno spunto continuo allo studente.

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    TECNOLOGIA GREEN

    L’atrio centrale, naturalmente ventilato, favorisce la circolazione dell’aria attorno alle torri e funge da canale per la creazione di una convezione naturale silenziosa all’interno delle aule, le quali riescono a mantenere temperature variabili tra i 25° e i 31°C. Le tecnologie messe in atto per mantenere il comfort delle aree interne hanno permesso all’edificio di ricevere il più alto standard ambientale per un edificio della categoria: il Green Mark Platinum della Building and Construction Authority (BCA) di Singapore.

    Nonostante gli sforzi per dare all’edificio un aspetto armonioso, c’è da dire che esso rimane ancora molto crudo esternamente incontrando il parere non sempre favorevole di una critica competente; appare ovvio però che non è l’aspetto esterno a dare peso a questa architettura, e nemmeno la tecnologia messa in gioco, sebbene gli sia valsa il Green Mark Platinum. Ciò che appare importante sottolineare è il carattere sociale dell’edificio che tenta di sperimentare un approccio diverso al tema della sostenibilità.


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